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Parla l'esperto

Lo psichiatra è il medico dei pazzi?

15 Aprile 2020 | a cura di Alessandro Rotondo

Quando viene proposta una visita psichiatrica a dei potenziali pazienti, molti rifiutano e rispondono: “non sono mica pazzo (o folle, o matto), io!”.

Al massimo, si rivolgono al medico di famiglia o al neurologo perché “gli psichiatri sono i medici dei matti”.

Purtroppo, in generale, il disagio psichico non viene riconosciuto come una malattia vera e propria. Spaventa perché richiama alla mente il concetto di follia, rimanendo ancora avvolto da un’aura di pregiudizio e disinformazione.  Difficili da sconfiggere.

Facciamo chiarezza sui termini, innanzitutto.

Follia e malattia mentale

Qual è il significato delle parole “follia” o pazzia”? Cosa si intende, invece per “malattia mentale”?

Alla voce “follia”, il vocabolario della lingua italiana Zingarelli riporta:s.f. 1. Stato di alterazione mentale, pazzia, demenza. 2. Atto sconsiderato, temerario, avventato”.

Quindi, il folle/pazzo è persona che si comporta in modo assurdo; è stravagante e irragionevole. È irrequieto, potenzialmente pericoloso. Il suo è un comportamento da contenere. Non per niente, nel linguaggio comune si dice “pazzo furioso” e “matto da legare”.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la malattia mentale:Perdita dello stato di benessere emotivo e psicologico che consente all’individuo di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, rispondere alle esigenze della vita quotidiana, esercitare efficacemente il proprio ruolo sociale, adattarsi ai mutamenti dell’ambiente e ai conflitti interni”.

Come è facilmente intuibile dalla definizione dell’OMS, il concetto di malattia mentale include uno vasto spettro di condizioni: dalla depressione e dall’ansia lievi fino alla perdita del contatto con la realtà, tipica dei disturbi psicotici. Solo in questi ultimi si osserva la rottura degli schemi cognitivi e razionali che, nel gergo popolare e impropriamente, identifica il folle, il pazzo, il matto. In altre parole, la persona che non è padrona di sé. Ecco che l’equazione “malattia mentale” uguale “malato di mente”, cioè, “pazzo”, “folle”, “matto” perde ogni valido connotato.

Malattia mentale e stigma

La vergogna, la diffidenza, la discriminazione che spesso accompagnano la malattia mentale possono essere riassunte in un solo termine: “stigma”.

La parola “stigma” viene dal greco e sta a significare l’operazione di marchiatura degli schiavi, per distinguerli dai cittadini liberi. Allo stesso modo, chi ha un problema psichico viene visto come “diverso” dagli altri. Può, quindi, diventare oggetto di sospetto e discriminazione (“stigma sociale”). Spesso, è il malato stesso a nascondere il suo disturbo, non solo per il timore di essere “marchiato”dagli altri come matto, ma anche per il pregiudizio negativo che lui stesso prova nei confronti di chiunque abbia un problema simile (“stigma interiorizzato”).

Lo stigma nasce dalla convinzione erronea che i disturbi mentali non siano malattie come le altre e non abbiano una base biologica, ma siano esclusivamente di natura esistenziale e psicologico-sociale.

Non solo. Riprendendo quanto abbiamo già detto, il senso comune (anche di alcuni appartenenti alla classe medica, purtroppo) è spesso quello di ritenere qualunque problema mentale come una forma più o meno grave di follia. Da qui, il pregiudizio negativo, il sospetto, la discriminazione nei confronti di chiunque venga ritenuto “un malato di mente”. Lo figura stessa dello psichiatra è spesso sminuita. In una recente indagine condotta dalla Columbia University di New York sulla percezione che gli studenti di medicina avevano degli psichiatri e della psichiatria in genere, sono state registrate risposte del tipo: “lo psichiatra non è un vero medico”, oppure: “se lavori con i pazzi, diventi pazzo anche tu”.

È ora di sfatare questi pregiudizi!

Vincere lo stigma è possibile. Basta comprendere che la malattia mentale è un fatto medico-clinico e psicologico, con importanti risvolti di natura socioculturale, ma soprattutto è un fatto oggettivo e di ordine biologico.

In tutte le sue espressioni, dalle più lievi alle più gravi, è una malattia come le altre.

Con la differenza rispetto alle cosiddette malattie fisiche, che quando si ammala la mente è l’intera persona a soffrire, mentre quando è un organo ad ammalarsi ne risente solo una parte del corpo. Pertanto, e a maggior ragione, chi si ammala di depressione, di ansia, di psicosi ha diritto a un supporto e un trattamento medico altrettanto adeguati.

Purtroppo, dietro alla ricerca di aiuto e terapia, esiste una zona d’ombra: quella del male che non determina menomazioni fisiche, non si vede e, dunque, non viene facilmente compreso.

Nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi decenni per superare lo stigma, i disturbi mentali non sono ancora oggi posti sullo stesso piano delle malattie fisiche.

Portano ancora un marchio morale e sociale. Da un lato, vengono confusi con la pigrizia, l’indolenza, l’eccentricità, dall’altro sono visti come indice di vulnerabilità, fragilità, debolezza. Vengono considerati “problemi dell’anima”, quindi non affrontabili né tantomeno risolvibili con terapie mediche.

È per questo che ancora oggi meno del 30% dei depressi si cura in maniera adeguata. Eppure, la depressione rappresenta, in base a recenti dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la prima causa di disabilità al mondo e colpisce circa 300 milioni di persone! Se poi ci riferiamo a tutti i disturbi mentali, gli studi epidemiologici indicano che il 46% della popolazione degli Stati Uniti (1) e il 27% di quella europea (2) ha presentato nel corso della vita almeno un disturbo mentale.

Si tratta in tutti i casi di pazzi?

1. Kessler RC, Berglund P, Demler O, Jin R, Merikangas KR, Walters EE (June 2005). “Lifetime prevalence and age-of-onset distributions of DSM-IV disorders in the National Comorbidity Survey Replication”. Archives of General Psychiatry. 62 (6): 593–602.

2. Wittchen HU, Jacobi F (August 2005). “Size and burden of mental disorders in Europe-a critical review and appraisal of 27 studies”. European Neuropsychopharmacology. 15 (4): 357–76.

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