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Rapporti umani

Haters, eccovi una pillola… ma di buon senso

29 Giugno 2021 | a cura di Alessandro Rotondo | Tempo di lettura stimato 8 minuti

“Sì, è accaduto anche a me. Sono stato vittima di bullismo online.” Ecco una frase che spesso si fa fatica a pronunciare, per paura, per il senso di ingiustizia che ci ha trasmesso il fatto, per l’impotenza con cui l’abbiamo vissuto. Eppure, pronunciarla è il primo passo verso la soluzione del problema.

La paura genera mostri: e tu? Fuggirai o attaccherai?

Le conseguenze di tali comportamenti sono reali, non virtuali, perché ciò che viene detto e scritto online si ripercuote inevitabilmente sulla vita reale dell’“odiato”, sul suo lavoro o sulla sua reputazione nella comunità.

La causa scatenante, in ogni caso, sembrerebbe essere proprio la paura: paura del diverso e di ciò che non si comprende, tanto da sentirsene minacciati. E si sa, in una situazione di pericolo, la reazione è la fuga o l’attacco. Ecco, gli haters sembrano combattuti tra queste due reazioni: consapevolmente attaccano, scrivendo materialmente commenti, post e recensioni “aggressivi”, ma inconsapevolmente non comprendono che il loro odio deriva proprio dalla volontà opposta: fuggire.

Internet: uno scudo per gli haters

Quest’ultima, la fuga, non viene, però, alla luce nel caso degli haters per un motivo ben preciso: essere “protetti” dallo schermo di un computer o di uno smartphone fa una differenza enorme rispetto a situazioni di attacco e fuga reali. L’anonimità concessa da internet, la possibilità di rimanere invisibili, anche con alias e avatar, l’asincronia della comunicazione, la minimizzazione dell’autorità altrui, danno all’hater uno scudo dietro al quale stare comodo e al sicuro, protetto da un’eventuale reazione di risposta altrettanto aggressiva o (forse anche più temuta) pacata, che li metta però di fronte alla propria paura, spiegando loro che, ciò che non comprendono, spesso non è affatto un nemico da dover abbattere, ma può diventare uno strumento di crescita e di conoscenza.

Un esempio concreto: a volte la violenza c’è ma non si vede

Ebbene sì, è successo anche a me. Nel mio caso il messaggio non era farcito di insulti espliciti e violenti, ma sottintendeva una critica aspra e ingiustificata, perché portata da qualcuno che non mi conosceva affatto e che probabilmente ha identificato me e il mio lavoro di psichiatra con quello di qualche personaggio da film hollywoodiano, dal quale ha ottenuto un’immagine decisamente distorta o comunque molto limitata della mia professione. Riporto lo screenshot del commento qui di seguito così che ognuno possa trarne le proprie conclusioni.

Recensione

Una recensione negativa, diranno i più, non certo l’accanimento di un hater. “Rotondo, non mi faccia il complottista, per favore!” E invece è proprio qui che casca l’asino, perché spesso è proprio tra le righe che si nasconde il succitato desiderio di distruggere qualcuno. In questo caso, ad esempio, viene messa sul piatto la reputazione di un uomo e di un professionista (nulla di sbagliato in determinati casi), se non fosse che, a far questo, è qualcuno che non è e non è stato mai un mio paziente. Se la signora Claudia Dellacqua (sempre che questo non sia un alias dietro cui nascondersi grazie allo scudo di internet) avesse visitato il mio sito o avesse voluto confrontarsi con me nella vita reale, avrebbe scoperto quali sono i principi che ispirano la mia professione e il mio lavoro quotidiano con i pazienti, e avrebbe capito che i miei metodi sono ben lontani dalle semplificazioni sommarie portate come esempio nella sua recensione.

A ben vedere, quell’unica stellina gialla posta sopra il commento assolveva già nel migliore dei modi alla stessa funzione: dare un parere lecito di insoddisfazione o dissenso. È concesso? Sì, assolutamente, le stelline solo lì apposta per dare una valutazione che sia il più universale e chiara per tutti.

Scrivendo un commento non dettato plausibilmente da una conoscenza approfondita della professione, dell’eventuale caso specifico o delle terapie necessarie per ogni singolo paziente, l’hater cerca di soddisfare la sua volontà di distruzione e il suo scarico di odio con la chiara intenzione di screditare “gratuitamente”, senza portare prove o testimonianze concrete e dettagliate a supporto della sua accusa.

Anche nella scelta delle parole, l’hater utilizza un linguaggio generico, con un lessico privo di significato tecnico ma molto evocativo per chi legge. Suggestiona il lettore, ma non entra nello specifico del tema.

Esaminiamo nel dettaglio il commento:

  • Di che mix di farmaci parliamo? In medicina si chiama polifarmacoterapia: è la prassi, non l’eccezione in tutte le branche mediche, inclusa la psichiatria, perché il corpo umano è complesso, soprattutto il cervello, e un singolo farmaco non sempre riesce a risolvere il problema.
  • E cosa vuol dire farmaci “pesanti”? Esistono farmaci pesanti e leggeri? Non sarebbe meglio parlare di farmaci efficaci e banali placebo sempre più in voga? Senza contare che ciò che può risultare “pesante” per un paziente, non lo è per un altro!
  • “Che portano assuefazione”. I farmaci utilizzati in tutte le branche della medicina, inclusa la psichiatria, vanno spesso assunti a lungo non perché diano assuefazione e dipendenza (con alcune eccezioni, per le quali viene chiaramente richiesto nel foglietto illustrativo un uso occasionale o limitato nel tempo), ma perché i tempi di recupero in individui diversi possono essere molto variegati e perché l’uso prolungato di alcuni farmaci è necessario per evitare ricadute della malattia.

Ecco, con questo articolo, si vuole suggerire a tutti gli haters un buon motivo per scrivere online: non scrivere per aggredire in maniera inconcludente, distruttiva e auto-appagante, ma scrivere per dialogare, per chiedere spiegazioni, per informarsi, per imparare, per costruire rapporti e per costruirsi un proprio pensiero realmente critico.

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