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Negazionismo scientifico, fake news e teorie del complotto su Covid-19: demenze e false credenze hanno meccanismi cerebrali comuni?

11 Novembre 2020 | a cura di Alessandro Rotondo

I possibili meccanismi cerebrali che inducono gli esseri umani a sviluppare false credenze e creare teorie complottiste sono stati oggetto di un interessante editoriale del prof. Bruce l. Miller, neurologo dell’Istituto di neuroscienze dell’università della California, pubblicato sul numero del 2 novembre scorso della prestigiosa rivista Jama, organo ufficiale della società medica americana.

La pandemia da Coronavirus è stata accompagnata dalla diffusione di notizie false e teorie complottiste sulle origini del virus che occupano quotidianamente le pagine dei giornali e vengono rapidamente amplificate dai social media.

Il Prof. Miller ha messo in evidenza come la retorica antiscientifica, favorita dalle scarse conoscenze scientifiche di gran parte della popolazione americana, abbia vanificato le raccomandazioni delle autorità sanitarie sulla prevenzione del contagio e contribuito alla diffusione del virus, aumentando così il rischio di mortalità.

Infatti, più della metà della popolazione statunitense non indossa la mascherina in pubblico né osserva le regole di distanziamento sociale con la conseguenza che gli Stati Uniti hanno ottenuto il triste primato mondiale per numero di morti legati alla pandemia.

Potrebbe una sufficiente cultura scientifica contrastare le fake news?

I dati relativi al Covid, alla sua diffusione e alla sua terapia, vengono presentati da virologi e medici con opinioni spesso divergenti e utilizzando strumenti, come grafici e statistiche, di difficile comprensione per le tante persone con insufficiente cultura scientifica.

Un sondaggio del 2015 su 11.000 studenti americani con diploma di scuola superiore ha messo in evidenza che solo il 22% aveva sufficienti conoscenze scientifiche. Come conseguenza, uno studio di qualche mese fa su un campione di 9.654 adulti statunitensi ha rilevato che il 48% di coloro che avevano un’istruzione liceale o inferiore credeva alle fake news e alle teorie del complotto sulla diffusione pianificata del virus, contro IL 15% degli intervistati con istruzione universitaria e post-universitaria. Ci si è chiesti quindi se la carenza di nozioni scientifiche e il basso livello culturale fossero sufficienti da soli a giustificare il ricorso a teorie e dati falsi, piuttosto che affidarsi a nozioni e informazioni scientificamente valide.

In che modo carenti conoscenze scientifiche possono indurre a fraintendere la minaccia del Covid-19?

Perché molte persone credono in dati falsi piuttosto che affidarsi a informazioni scientificamente valide?

Il nostro cervello è organizzato per creare e alimentare le nostre opinioni, valutando l’affidabilità delle informazioni provenienti dall’ambiente, mettendole in relazione con le esperienze acquisite.

In base a questo principio, Miller sostiene, nel suo editoriale, che i meccanismi neurali alla base della creazione e del sostentamento di false credenze siano analoghi a quelli che si osservano nei processi neurodegenerativi alla base delle demenze, e quindi che le credenze fondate su false informazioni possono essere originate dall’alterazione del funzionamento di specifici circuiti cerebrali.

In dettaglio, a sostegno di questa tesi, ricerche recenti hanno ipotizzato che le false credenze emergano (e vengano considerate reali) in presenza di disfunzioni della parte anteriore del cervello, chiamata corteccia frontale, che permette di distinguere i pensieri falsi da quelli veri. In questi casi, le informazioni provenienti dall’ambiente non vengono elaborate correttamente, per cui percezioni e pensieri falsi possono essere accettati come veri.

Partendo da questi presupposti, Miller riporta il caso di due particolari tipi di demenza, quello “a corpi di Lewy” e quella fronto-temporale, in cui il cervello riceve informazioni sensoriali distorte, che interferiscono con un’accurata interpretazione del mondo esterno e sono alterati i circuiti necessari ad elaborare la veridicità delle informazioni ricevute. I pazienti con demenza a corpi di Lewy, ad esempio, possono presentare la sindrome di Capgras per cui sono incapaci di riconoscere il volto di persone familiari e sono sicurissimi che un amico, il coniuge o altri familiari siano stati sostituiti da un impostore. Viceversa, l’elaborazione delle percezioni visive è raramente compromessa nella demenza fronto-temporale. Tuttavia, questi pazienti possono convincersi di aver vinto la lotteria e spendono soldi che non hanno perché i circuiti cerebrali frontali che permettono di verificare se il desiderio di diventare ricchi è diventato realtà non funzionano correttamente.

Ma perché anche persone cognitivamente sane e normali possono sviluppare false credenze?

Miller ipotizza un’analogia fra le persone senza adeguate conoscenze scientifiche che non riescono a elaborare le informazioni e i dati forniti dagli scienziati sulla diffusione e i rischi del COVID-19 e quelle affette da demenza da corpi di Lewy che non sono in grado di riconoscere un volto familiare e lo scambiano per quello di un impostore. Costoro, non riuscendo a elaborare correttamente i dati, scambiano per vere le fonti di informazione false, e si convincono della loro veridicità. Questo perché le fake news e le teorie del complotto sono meglio comprensibili delle nozioni scientifiche e permettono di esorcizzare i sentimenti di paura, angoscia e rabbia che accompagnano momenti difficili, come quelli di una pandemia. Esattamente come avviene nel paziente con demenza fronto-temporale che, pur non avendo vinto nessuna lotteria, crede di aver vinto e quindi di essere ricco e di poter spendere tutti i soldi che vuole, le fake news e le teorie del complotto sul COVID-19 vengono supinamente accettate perché permettono di credere che i problemi paventati dai dati scientifici non esistano o siano molto meno gravi di quanto riferito dagli scienziati.

Purtroppo, le false credenze sono amplificate dai social media.

Prima dell’avvento di Internet, le teorie del complotto di solito rimanevano circoscritte a piccoli gruppi e svanivano rapidamente a causa del ridotto numero di sostenitori. Oggi, i social media amplificano e diffondono rapidamente queste teorie, rafforzando le false convinzioni, visto che sono “condivise” dalla rete, e scoraggiando in tal modo la ricerca di informazioni più affidabili.

Le responsabilità del sistema educativo

Miller attribuisce la tendenza a credere alle fake news anche alle carenze del sistema educativo, in quanto lo sviluppo nell’adolescenza dei circuiti frontali, che presiedono ai processi cognitivi e consentono ragionamenti validi e appropriati nelle varie situazioni della vita, è anche conseguenza di un corretto processo educativo che dovrebbe includere l’alfabetizzazione scientifica.

Il ragionamento logico che è alla base degli studi scientifici e viene applicato costantemente da medici e scienziati non dovrebbe essere una loro esclusiva prerogativa. Dovrebbe essere insegnato e appreso nei corsi di studi, dalle elementari all’università, e successivamente utilizzato e perfezionato per affrontare i problemi legati ai vari ambiti della vita quotidiana. Se non viene stimolata la capacità di ragionare razionalmente e “con la propria testa”, se non si è in grado di monitorare e valutare la validità delle informazioni scientifiche, si diventa più suscettibili a credere a informazioni false, come quelle fin troppo diffuse sul COVID-19.

Come si può contrastare la diffusione delle fake news?

L’editoriale di Miller lancia un appello alle istituzioni politiche, alla comunità scientifica e ai detentori dei mezzi di comunicazione, affinché facciano uno sforzo comune per semplificare e rendere comprensibili le notizie. Andrebbero potenziati i programmi di educazione scientifica, soprattutto in ambito scolastico. Scienziati, medici ed esperti di salute pubblica dovrebbero impegnarsi più efficacemente per convincere la gente a seguire le norme di sicurezza, come l’uso di mascherine, l’igiene personale e il distanziamento, e spiegare i vantaggi dei vaccini e delle terapie appropriate. Dovrebbero esistere siti internet facilmente comprensibili che agiscano da argine alle false narrazioni che inducono a convinzioni che se applicate creano danni alla salute.

Si dovrebbero applicare politiche nazionali e internazionali a sostegno dell’attività scientifica e di ricerca.

In una frase, conclude Miller, “si può far vincere la scienza e, se la scienza vince, tutti vincono”.

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