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Terapie

Dovrò prendere farmaci per tutta la vita?

15 Aprile 2020 | a cura di Alessandro Rotondo

Gli psicofarmaci, cioè i farmaci per la cura della depressione, dell’ansia, delle psicosi, sono fondamentali per ristabilire il benessere psichico perduto e mantenerlo nel tempo.

Questa premessa è doverosa, prima di parlare di un aspetto che sempre più pazienti oggi considerano importante: Quanto durerà la terapia? Dovrò prendere farmaci per tutta la vita?

In base all’ultimo rapporto OsMed (Osservatorio Nazionale sull’impiego dei Medicinali, che riporta i dati di consumo e di spesa dei medicinali in Italia), il 50% delle persone che iniziano un trattamento farmacologico per la depressione lo interrompono dopo appena tre mesi. E l’interruzione non avviene necessariamente per effetti collaterali, ma perché, una volta che il trattamento inizia a funzionare e la persona torna a sentirsi bene, sceglie di sospendere la cura perché ritiene di non averne più bisogno, oltre a temere che, se presi a lungo, gli psicofarmaci “possano danneggiare il cervello”.

Facciamo chiarezza sulla base dei dati della letteratura medico-scientifica.

Quanto a lungo bisogna assumere gli psicofarmaci?

In realtà non c’è una regola unica. La durata raccomandabile di una terapia dipende dal tipo di disturbo, dalla gravità dei sintomi e dalla storia della malattia. E, comunque, l’approccio più appropriato continua a essere quello della gestione personalizzata della terapia in base alle esigenze del paziente.
Facciamo un esempio: in base alle linee guida internazionali, dopo un primo episodio depressivo, la terapia dovrebbe essere continuata per almeno sei/nove mesi. Dopo il secondo per almeno tre anni; dopo il terzo arriviamo a cinque anni. È chiaro che se la persona ha avuto molti episodi depressivi nel corso della vita o un episodio depressivo della durata di anni, come accade nella depressione cronica, è difficile predire la durata della terapia, che potrebbe protrarsi per molto tempo. Allo stesso modo, dinanzi a un disturbo psicotico che tende a ripresentarsi a ogni tentativo di sospensione dei farmaci, è prudente continuare la terapia molto a lungo.

Qualora, in base alle caratteristiche della malattia e allo stato di benessere, sia opportuno procedere alla riduzione o alla sospensione di un farmaco o dell’intera terapia, questo va fatto con gradualità e in tempi variabili in relazione al disturbo in esame e al farmaco utilizzato, ma sempre sotto controllo medico. Ovviamente , al primo segno di ricomparsa dei sintomi della malattia, occorre riassumere la dose minima efficace di farmaco e proseguire ancora per qualche tempo la terapia.

In qualsiasi caso, un errore da evitare assolutamente è l’“autoriduzione” dei farmaci e il “fai da te”. Il rischio è di portare il dosaggio al di sotto della soglia terapeutica con conseguente ricaduta e, se si assumono alcuni tipi di farmaci, con la comparsa di sintomi di astinenza o da sospensione (leggi “Gli psicofarmaci fanno male“). Questo è particolarmente vero se la sospensione è brusca.

Attenzione: l’effetto negativo da sospensione prematura non si manifesta sempre subito, A volte avviene dopo alcune settimane. La convinzione “Ho ridotto (o sospeso) i farmaci e continuo a stare bene” è sbagliata nella maggior parte dei casi e può portare a conseguenze a volte gravi per la salute

Perché continuare ad assumere farmaci se sto bene?

La ragione è semplice: è necessario stabilizzare il risultato ottenuto. Non dimentichiamo che il cervello può essere paragonato a un’enorme e complessa rete elettrica, al cui interno si possono creare dei “cortocircuiti” che determinano l’insorgenza di una malattia. Gli psicofarmaci agiscono come un “nastro isolante” in grado di ripristinare gradualmente il funzionamento corretto dei circuiti cerebrali danneggiati e stimolano il cervello a funzionare al meglio.

Nel tempo, e in base ai risultati raggiunti si può tentare di ridurre il più possibile la quantità di nastro isolante sui circuiti danneggiati. Ma, per consolidare il risultato ottenuto ed evitare che si “rompano” di nuovo, questo va fatto gradualmente e, soprattutto, seguendo criteri che solo lo specialista conosce bene. Pertanto, la terapia va assunta anche quando si pensa che non ce ne sia più bisogno. Lo si deve fare per prevenire possibili ricadute, che nella maggior parte dei casi risultano più aggressive e resistenti ai trattamenti rispetto al primo episodio.

Del resto, questo vale non solo per i disturbi del cervello, ma per tutte le malattie. Chi non ha un familiare che assume farmaci “a vita” per la pressione alta, il diabete, problemi di cuore, l’artrosi e via dicendo?…

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