Disturbi alimentari
IL “PESO” DELLE EMOZIONI (PARTE III)- Digiuno o abbuffata: perché lo stress può avere effetti opposti sull’appetito?
7 Gennaio 2026 | a cura di Alessandro Rotondo
Con questo terzo articolo sul tema Stress e appetito completiamo il percorso iniziato nelle scorse settimane.
Nel primo articolo abbiamo visto come lo stress possa, in alcune persone, ridurre significativamente l’appetito.
Nel secondo articolo abbiamo, invece, mostrato come, in altri soggetti, accada l’esatto opposto, al punto che lo stress intensifica la fame e trasforma il cibo in una risposta emotiva.
Concludiamo ora questo approfondimento cercando di comprendere perché, a partire dallo stesso stimolo, possano generarsi reazioni così diverse.
Come si è visto – e come vedremo, entrano in scena fattori biologici, storia personale, ormoni e circuiti cerebrali, attraverso i quali diventa possibile capire come emozioni e fame si influenzino reciprocamente. Non esiste una risposta unica, ma un equilibrio che varia da individuo a individuo.
Ipotalamo, corticotropina e cortisolo: dove nasce la risposta allo stress
Il punto di partenza è la modalità con cui il cervello risponde allo stress.
Quando percepiamo una minaccia, l’ipotalamo attiva l’asse ipotalamo-ipofisi–surrene, che coordina la produzione degli ormoni dello stress. Questa attivazione, tuttavia, non è identica in tutti. Come abbiamo visto nei precedenti articoli, molte persone, soprattutto in presenza di uno stress acuto, reagiscono soprattutto con un rilascio marcato dell’Ormone di Rilascio della Corticotropina (CRH), che tende a inibire l’appetito e “chiudere” lo stomaco.
In questi individui, il corpo interpreta lo stress come una condizione che richiede vigilanza e sospende temporaneamente la digestione per risparmiare energia.
Altre persone, invece, rispondono allo stress, in particolare quello cronico, in modo più persistente, con una produzione prolungata di cortisolo, un ormone che svolge una funzione diversa: stimola la ricerca cibo, soprattutto quello più ricco di carboidrati e grassi, come se anticipasse un possibile periodo di elevato consumo energetico.
Da qui, nasce la tendenza, in alcuni soggetti, a mangiare di più proprio nei momenti più difficili.
Storia personale ed emozioni: come impariamo a reagire al cibo
L’ipotalamo rappresenta una sorta di *via finale comune* del comportamento alimentare: integra segnali metabolici e ormonali provenienti dal corpo e coordina risposte endocrine e autonome legate a fame e sazietà.
Tuttavia, non è l’unico responsabile della divergenza dei comportamenti: il suo funzionamento è continuamente modulato da circuiti cerebrali “più alti”, in particolare dalle reti cortico-limbiche e mesolimbiche che regolano emozioni, memoria, motivazione e ricompensa. In altre parole, ciò che sentiamo e il modo in cui interpretiamo lo stress possono amplificare o ridurre, attraverso queste reti, i segnali ipotalamici che orientano l’appetito. È proprio qui che si innesta la storia personale.
Le esperienze precoci e ripetute modellano nel tempo il modo in cui questi circuiti emotivi attribuiscono significato allo stress e selezionano le strategie di regolazione: per alcuni, il cibo è diventato una forma appresa di consolazione e sicurezza; per altri, lo stress ha assunto più spesso la forma della “chiusura”, con irrigidimento corporeo, blocco gastrico e scomparsa dell’appetito. Questi schemi, rinforzati negli anni, tendono a stabilizzarsi e a diventare modalità abituali con cui, da adulti, affrontiamo le emozioni.
Anche lo stile emotivo individuale contribuisce a differenziare le reazioni: chi vive l’ansia soprattutto nel corpo, manifestando tachicardia, respiro corto o nodo alla gola, tende più facilmente a perdere la fame; chi invece sperimenta prevalentemente un’ansia di tipo cognitivo, fatta di pensieri incessanti, anticipazioni negative e ruminazioni, può cercare nel cibo un sollievo temporaneo, una pausa dal flusso delle preoccupazioni.
Un eventuale quadro depressivo aggiunge ulteriore complessità: a seconda del profilo clinico, la depressione può, infatti, ridurre drasticamente l’appetito oppure aumentare il desiderio di cibi gratificanti, in un tentativo di auto-trattamento rapido del dolore psichico.
In questo contesto, un sistema della ricompensa alterato orienta il paziente verso alimenti in grado di fornire un sollievo immediato, seppur transitorio.
Intestino e microbiota: un popolo di microrganismi che orienta l’appetito
A questo punto entra in gioco un altro elemento fondamentale: il microbiota intestinale. Le variazioni di questa complessa comunità di microrganismi che vive nel nostro apparato digerente possono influire in modo significativo sulla regolazione della fame. Stress, dieta irregolare, sonno disturbato o stati infiammatori possono tutte alterare il microbiota e, con esso, i segnali ormonali che regolano fame e sazietà.
In alcuni casi queste alterazioni riducono l’appetito, mentre in altri aumentano la produzione di molecole che stimolano la fame o amplificano il desiderio di cibi ad alta densità calorica.
Il dialogo tra intestino e cervello, mediato dal nervo vago e da numerosi mediatori chimici, contribuisce così a determinare se la risposta allo stress si tradurrà in chiusura o apertura dell’appetito.
Predisposizioni genetiche: perché non reagiamo tutti allo stesso modo
Infine, non possono essere trascurate le predisposizioni individuali.
Le differenze genetiche nella sensibilità agli ormoni dello stress o nei circuiti della ricompensa rendono alcune persone più vulnerabili alla perdita di appetito e altre più inclini al cosiddetto comfort food. Ognuno di noi possiede una combinazione unica di vulnerabilità e risorse che orientano il modo in cui lo stress viene vissuto e tradotto in comportamenti alimentari.
Perdita di appetito e iperfagia: cosa fare se ti riconosci in queste dinamiche
Alla luce di quanto detto, appare chiaro che lo stress non ha un solo volto.
La perdita di appetito e l’iperfagia non rappresentano comportamenti opposti, ma due modalità diverse attraverso cui il corpo tenta di adattarsi a una situazione percepita come impegnativa. Il primo passo, se ci si riconosce in queste dinamiche è osservare il proprio comportamento alimentare senza pregiudizi, chiedendosi non solo “che cosa sto mangiando”, ma anche “che cosa sto cercando di calmare o di evitare”.
Riconoscere se, nei momenti di stress, si tende a chiudere lo stomaco o a cercare conforto nel cibo aiuta a dare un senso alla propria reazione, invece di viverla come un difetto personale. Quando queste modalità diventano frequenti, generano sofferenza o si accompagnano ad ansia, umore depresso o sintomi intestinali, può essere utile parlarne con un professionista, non per “correggere” la propria risposta, ma per trovare modi più flessibili e meno faticosi di stare in relazione con stress, corpo e appetito.
PER APPROFONDIRE
Fuente González CE, et al.
Relationship between emotional eating, consumption of hyperpalatable energy-dense foods, and indicators of nutritional status: a systematic review. Journal of Obesity. (2022) Article ID 4243868,
Hill D, et al.
Stress and eating behaviours in healthy adults: a systematic review and meta-analysis. Health Psychology Review. (2022) 16(2): 280–304.
Kris-Etherton PM, et al.
Nutrition and behavioral health disorders: depression and anxiety. Nutrition Reviews. (2020) 79(3): 247–260.
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